Le lacrime di Nietzsche (2)

Ma la cura non è così facile: Nietzsche si mostra seccato ogni volta che Breuer mostra comprensione ed empatia ed interpreta qualsiasi espressione di sentimenti positivi come una sfida di potenza. “Aprirsi a vicenda è il preludio del tradimento e il tradimento fa star male, no?”. Inoltre vive la sua malattia come un qualcosa di positivo che gli ha permesso di staccarsi dalla vita universitaria che non desiderava più. Un qualcosa che gli ha permesso di emanciparsi. “Tutto ciò che non mi uccide mi rafforza”.

Lo stress, proposto da Breuer come causa sottesa di emicrania e che può derivare da diversi fattori psicologici, viene escluso da Nietzsche: proprio rinunciando alla vita lavorativa e sociale è riuscito ad eliminare del tutto lo stress dalla sua vita. Ma, come dice Breuer, l’estremo isolamento non elimina affatto lo stress, è stress esso stesso: la solitudine è un terreno di coltura della malattia.

Alla proposta del medico di ricoverarlo per un mese in modo da tenere sotto osservazione i suoi attacchi di emicrania Nietzsche rifiuta e se ne va dallo studio, ma la sera stessa Breuer viene svegliato dal portiere del gasthaus dove risiede il filosofo. Sta molto male. Ha un attacco di emicrania molto forte e ha ingerito troppo idrato di cloralio. E’ privo di sensi. Breuer riesce a placare l’attacco con farmaci e massaggi. Avvicinandosi a lui sente che sta sussurrando: “Aiutami, aiutami, aiutami, aiutami!”. Un altro Nietzsche, capace di chiedere aiuto.

Nel momento in cui Nietzsche si reca nello studio di Breuer per chiudere ogni rapporto, il medico ha già escogitato un piano. Ha deciso di calarsi lui nei panni del paziente chiedendo al filosofo di curarlo, di guarirlo dalla sua disperazione. Infatti, anche se la sua vita all’apparenza sembra essere appagante egli si sente profondamente disperato, oppresso dai doveri e dalla famiglia, preoccupato di invecchiare e terrorizzato all’idea di morire. Sente che gli manca il coraggio di cambiare vita o di continuare a viverla.

“Vi chiedo solo di ascoltarmi, interrompendomi con tutte le osservazioni che vorrete”.

Il patto tra i due stabilisce che Nietzsche si sarebbe impegnato nell’aiutare Breuer a risolvere la sua disperazione e che lui si sarebbe fatto ricoverare alla clinica Lauzon per accertamenti e controlli. Lo scopo di Breuer è ovviamente diverso: egli vuole arrivare indirettamente alla radici del male del filosofo, invitandolo ad esprimere apertamente la sua disperazione e a liberare la coscienza nascosta.

Favorire l’integrazione dell’inconscio come gli ha suggerito il suo caro amico Sigmund Freud.

Inizia così un doppio rapporto terapeutico. Breuer si reca ogni giorno alla clinica per visitare Nietzsche e valutare l’andamento dei suoi sintomi e Nietzsche si impegna nell’ascoltare e consigliare il medico.

Nel corso degli incontri Breuer racconta al filosofo ogni aspetto della sua vita che gli crea angoscia: Bertha a cui pensa costantemente e che desidera più di ogni altra cosa, la sua ex assistente e amica Eva che ha dovuto licenziare sempre per la gelosia della moglie, la vita familiare che avverte sempre più oppressiva e costretta e il suo rapporto con la moglie. Piano piano Breuer prende consapevolezza del fatto che la sua angoscia è reale e profonda.

Nietzsche in modo molto razionale lo invita ad andare a fondo: a ricercare il significato dei suoi sintomi cercando di farlo riflettere su come sarebbe la sua vita senza di essi. I sintomi sono portatori di un messaggio che solo nel momento in cui verrà compreso permetterà la loro scomparsa. Forse anche Nietzsche sta prendendo coscienza.

La svolta nella vita di Breuer arriva quando Nietzsche lo porta a comprendere che la vita va vissuta al momento giusto; la morte non fa paura se si muore dopo aver consumato la vita. Per vivere però bisogna scegliere. Questo non aveva mai fatto Breuer: scegliere. Ma che cosa avrebbe dovuto scegliere? La scelta per lui, divenutone consapevole, è scegliere lui stesso la propria vita: sua moglie, il suo lavoro, i suoi amici. Riappropriarsi di questa vita ed essere felice di averla finalmente scelta.

E Nietzsche? Breuer sente di non poter fare molto, se non essere onesto con lui, essergli amico. Ed è proprio questo che alla fine il filosofo desidera più di tutto: un focolare. Non morire in solitudine. Essere amato e toccato. E così le lacrime iniziano a scendere sul suo viso. Lacrime soffocate a lungo che adesso reclamano la libertà. Nel momento in cui esprime la propria solitudine a qualcuno questa non esiste più e neanche la disperazione che da essa deriva. Le lacrime forti sono purificatrici.

Entrambi liberati, Breuer e Nietzsche si salutano e riprendono i propri separati destini.

Il romanzo di Yalom basato su informazioni in parte veritiere mette in luce aspetti importanti della psicoterapia.

Innanzitutto, la parola come possibilità di liberarsi dalle angosce che causano i sintomi.

La cura basata sul parlare, elaborata da Breuer in collaborazione con Freud e che Anna O. stessa ha definito“spazzare il camino” consiste fondamentalmente nel dire tutto ciò che viene in mente in un determinato momento e risalire da lì alle origini dei sintomi.

Naturalmente in tutto questo un presupposto fondamentale è la relazione.

La relazione è lo strumento terapeutico più potente perché è attraverso di essa che il paziente trova la fiducia necessaria per parlare di sé e per esplorarsi.

Solo nel momento in cui Nietzsche ha sentito Breuer veramente “amico”, ha potuto lasciarsi andare ad un pianto liberatorio.

Ovviamente è fondamentale la capacità empatica del terapeuta: Breuer riesce ad aiutare Nietzsche solo mettendosi nei suoi panni di paziente che soffre.

E’ la capacità di stare autenticamente nel mondo dell’Altro che ci permette di far sentire il paziente realmente compreso nei suoi vissuti.

La reciprocità che il terapeuta può mettere in atto raccontando egli stesso qualcosa di suo, ribaltando i ruoli e parlando di sé, nel momento in cui il paziente non è in grado o non desidera esporsi è proprio quello che fa Breuer.

E infine altro aspetto importante è l’ascolto autentico e non giudicante da parte del terapeuta, che presuppone in parte di sapere più del paziente ma che in realtà non sa.

Solo il paziente ha in sé tutte le risposte, sebbene non riesca a vederle chiaramente se non con l’aiuto del terapeuta: Nietzsche ha sempre saputo di temere la solitudine ma il difficile per lui era ammetterlo. Solo con l’Altro al suo fianco si è sentito nella possibilità di lasciarsi andare alle emozioni e piangere.

“Per dare vita ad una stella danzante, occorre avere dentro di sé caos e confusione frenetica”.

Irvin D. Yalom – Le Lacrime di Nietzsche – Neri Pozza, 2006

6 commenti

  1. Buon giorno.
    Un pezzo difficile per il mattino

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    1. Lara Ferri ha detto:

      Buongiorno, Allegro! Un pezzo troppo lungo, in effetti.

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  2. Lara Ferri ha detto:

    Grazie mille Luisa!

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  3. low profile ha detto:

    Arrivo solo adesso, ma splendido veramente!

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    1. Lara Ferri ha detto:

      Ti ringrazio di cuore. Ciao!

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