Arte e follia

Munch: L’urlo (Il grido), 1885: una delle quattro versioni esistenti, anch’essa realizzata con l’impiego del pastello

E’ indubbio che ci sia una creatività incistata nella follia.

C’è nell’artista un bisogno di esprimere mondi altri da quello che abitualmente viviamo, un desiderio di espandere orizzonti fino alla vertigine del senza-confine.

Come diceva Jaspers “c’è la perla nella conchiglia” – immagine metaforica dello spirito creativo dell’artista che è al di là dell’opposizione tra normale ed anormale, come appunto la perla che nasce dalla malattia della conchiglia.

Come non si pensa alla malattia della conchiglia – ammirandone la perla – così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.

Eugenio Borgna legge la follia come “la sorella sfortunata della poesia”.

E quindi le esperienze di vita e di morte nelle considerazioni filosofiche di Simon Weyl, la malinconia sfibrata ed oscurata di Emily Dickinsons e di Ingeborg Bachmann che si fa musica in Franz Schubert, il destino di dolore e lo scacco esistenziale di Van Gogh, nelle cui esperienze d’arte, trova espressione l’angoscia psicotica …. sono lo specchio dove, spesso oscuramente, a volte con toni abbaglianti – la condizione esistenziale di noi tutti trova un suo riflesso, una sua descrizione.

La follia – come scrive Bruno Callieri – è la scissione nell’uomo, la sua lontananza dagli altri, la sua estraneità al mondo e la psichiatria organicistica di certo non aiuta, proponendo farmaci.

Farmaci, non ascolto, non conoscenza delle diverse modalità della sofferenza esistenziale che non ha organi del corpo specifici come riferimento.

Ma anche noi, noi tutti dovremmo prestare attenzione all’urlo straziante del folle (chi non ha davanti agli occhi “l’Urlo” di Munch”) o al suo muto silenzio, dal momento che non possiamo ignorare che la sua disperazione – solo per intensità e frequenza differisce dalla nostra.

“Noi siamo un colloquio” diceva Holderlin dall’abisso della sua follia.

Già Kafka annotava che “scrivere una ricetta è facile, ma ascoltare la sofferenza è molto, molto più difficile”

Alcune considerazioni sono state tratte da:

Umberto Galimberti – Scoprire Il dolore dell’anima;

Eugenio Borgna – Come in uno specchio oscuramente,

Eugenio Borgna – Malinconia

Bruno Callieri – Corpo, esistenze, mondi.

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